Pace fatta!

 

Era da tempo che ardeva in me il desiderio di immergermi in un'apnea alpina fatta di silenzi e movenze ultimamente un po' dimenticate.

L'amore per la corsa, la sfida contro se stessi prima che con gli altri, la ricerca spasmodica del gesto atletico mi avevano portato ad un approccio con la montagna fatto di istantanee, immagini rubate allo sforzo e alla fatica, sempre a capo chino concentrato sul passo successivo o su chi mi precedeva.

Correre dove prima camminavo mi ha regalato sensazioni meravigliose, ho siglato alleanze per vincere la faticosa forcella e lanciato guanti di sfida per il rush finale, ma l'altra notte prima di addormentarmi mi sono ritrasformato in uccello e come da diverso tempo non mi accadeva ho cominciato a solcare in un volo radente vallate boscose e ampie radure, ho sfiorato guglie e proiettato la mia ombra sulle pareti assolate.

Ho capito che l'altra parte di me, l'io sognatore doveva ritornare nei luoghi ed alle quote dove la malinconia si trasforma in felicità.

L'aria è frizzante e al parcheggio di Pian della Fopa due amici armeggiano con corda imbrago e moschettoni, per loro la meta sarà qualche parete degli Spiz, mentre io conto di risalire la valle per il biv. Carnielli porta d'accesso al labirintico intreccio di viaz che cingono gli Spiz di Mezzodì.

Grazie alla buona condizione dovuta a mesi di allenamenti, riesco a mantenere un buon passo che mi permette diverse soste contemplative senza correre il rischio di dilatare i tempi della tabella di marcia, è così che individuo l'uscita del viaz dell'Oliana, o più su immaginarmi le anse di quello del Gonela, se non l'avessi fatto stenterei a credere che di li ci si passa.

In tasca porto la relazione di Andrea (the Pres) sul viaz della tana dell'Orso, il mio itinerario nella parte iniziale vi coincide.

Quasi raggiunta la forcella del Dente Piccolo prendo sulla dx un canalino che divide quest'ultima Dal dente della Fopa, rasento la parete in alcuni tratti esposta sopra il vant dei Grass e la val Venier il cui fianco destro è costituito dal Costòn del Venier dove si sviluppa il “mio” viàz, quello delle Lastìere.

La traccia è molto incerta e da un po' latitano anche i rassicuranti ometti.

E' un susseguirsi di salti rocciosi alcuni affrontabili in facile arrampicata al max di II° altri aggirabili con una serie di cengette, sempre però a libera interpretazione.

Un paio di canaloni mi invitano seppur prudentemente a scenderli ma non ne scorgo l'uscita perciò non mi fido, infatti, cambiata prospettiva, i due “toboga”sfociano in un bel salto di 50 m.

Passo cima del Venier mantenendomi sempre con una linea in quota e orizzontale, la traccia è flebile e solo grazie a vecchi tagli di “roncola”, mi piace immaginarli fatti dal “Tita” leggendario cacciatore zoldano, non mi sento in balia delle crode.


11 e 30 lo stomaco rivendica il suo panino, mi sistemo su un bel masso, scarto e affondo senza pietà, approfittando cartina alla mano della sosta per fare un po' il punto della situazione.

Davanti a me il gruppo del Bosconero da bella mostra di se mentre sulla sinistra il versante sud degli Spiz mette un po' di soggezione, riesco ad individuare il Zengion e la “Scafa” passaggio chiave del viàz della tana dell'Orso che poi prosegue fino a col Pelos, gli stizzo l'occhio promettendogli di andargli a far visita quanto prima.


La dorsale del Costòn è li a poche decine di metri, “stringo la mano” ad alcuni mughi e mi ritrovo in un altro mondo, la conca di Cornia con i sui pascoli e declivi boscosi stride per serenità con il mondo che sto per lasciarmi alle spalle.

I primi 150 m. a dir la verità non sono poi così spensierati, non tanto per gli aspetti tecnici, quanto perchè un'intricata mugheta mi costringe ad uno sforzo d'equilibrio non indifferente. Ci salgo sopra, i rami flessuosi ed elastici cedono sotto il mio peso e mi aiutano come un montacarichi nella faticosa attraversata, mi sembra d'esser tornato ragazzino quando sfidavo gli amici in destrezza e agilità sull'infernale tagadà.

Ecco i primi larici; sospiro di sollievo, di queste “mangrovie alpine” ne ho abbastanza, davanti a me ora tutto è più chiaro e quasi addomesticato, non finisco di pensarlo che interseco un bel sentiero, lo prendo con direzione nord-ovest e subito una targa mi indica trattasi del 531.

La tensione per i passaggi precedenti ormai è svanita e il mio arrivo a casera Cornia è abbondantemente segnalato dallo scampanare di alcuni cavalli al pascolo poco socievoli.

: ”Sssss! Varda la, al camorz, drio quel pèz”

Il “Bepi” (ribatezzato per convenzione perchè non conosco il vero nome) è in puntamento con il suo cannocchiale sulle pale del Pramper mentre il suo segugio mi degna appena di un laconico UOFF!

Tipo strano il “Bepi”, mi aspettavo una persona burbera e schiva invece si rivela loquace oltre ogni immaginazione, per uno standard montano.

Passiamo circa 1 ora a parlare di viàz, della normale alla cima Pramper, della sua casera un po' arruffata ma molto confortevole, sorseggiando un caffè prima e un bicchiere di rosso poi.

Lascio “Bepi” alla sua rigenerante solitudine e ringraziandolo mi dirigo verso f.lla Piccola, Rif. Prapèret e poi in picchiata lungo la val Prampèr, dei nuvoloni minacciosi ed i primi tuoni lontani non promettono niente di buono.

Infatti come su “singing in the rain” l'ultimo km, bagnato fradicio, lo canto e danzo con il cuore convinto di essermi riappropriato di qualcosa.


Cesta.