Take a look to the sky
just before you die, is the last time you will
Quando si sfiora la morte si dovrebbe rivedere tutta la propria esistenza,
il tempo si dovrebbe fermare e un’immensità di pensieri
dovrebbero infiammare le sinapsi.
Tutto questo mi è stato negato.
L’istante in cui tutto si è verificato si è manifestato
come tale: una velocità disarmante.
Pochi fotogrammi impressi a fuoco nella mente, semi dei miei futuri
incubi.
Nessuna visione, nessuna luce abbagliante all’orizzonte, niente
di trascendentale, solo la dura realtà: 40 metri verticali, la
consapevolezza di non saper volare, ossa spappolate e sangue.
In quei pochi secondi prima dello schianto sono stato pervaso da una
grande serenità, nessuna rabbia, nessuna paura, non ho pensato
a niente e a nessuno. In quel attimo irripetibile avevo solo la consapevolezza
che sarebbe tutto finito.
Poi tutto perde senso, solo il rumore assordante del mio respiro, la
lenta presa di coscienza che qualcosa non va, un braccio in una posizione
strana, immobile, l’incapacità di alzarsi in piedi , lo
sguardo offuscato dal sangue, solo in un luogo solitario, sotto la pioggia,
costretto a strisciare come un verme.
Fatico a capire se sia sogno o realtà, l’adrenalina e le
endorfine mi negano ogni dolore, il cervello è incapace di pensare,
steso a pancia in su non mi resta che aspettare, solo un pensiero:”
resta sveglio”.
Poi Rudy davanti a me su un sasso a sventolare la sua giacca e a gridare
verso un elicottero giallo che risale la valle.
Sono tutt’ora stupito dalla mancanza di emozioni in quei momenti,
nessuna paura, nessuna felicità, per una volta uno dei miei più
reconditi desideri era diventato realtà: nessun pensiero.
Solo un susseguirsi di immagini, il mio IO spettatore apatico del mio
salvataggio.
Volti nuovi che si affannano per salvare uno sconosciuto, poi l’ascesa
verso quelle pale rotanti, chiuso dentro un sacco come per ricordare
al cielo, testimone sempiterno, quello che sarebbe dovuto essere, ma
che qualche mano ha impedito.
Ho vissuto tutti quegli istanti in uno stato di lucidità disarmante,
mi sono avvicinato di molto alla morte, l’ho sfiorata di un soffio,
sono sopravvissuto, ma si può dire che ho fallito. Se non ci
fossero stati Rudy e gli uomini del soccorso, se mi fossi trovato solo,
non ne sarei uscito. Le mie sole forze non ce l’hanno fatta.
Un ago e la mente si spegne.
Non so quanto sia rimasto al buio: ricordo il volto di mia madre e di
mio padre ed i loro occhi ricolmi di lacrime. Avrei voluto dirgli mille
cose, chiedere perché mi era capitato, chiedere se erano arrabbiati,
dove mi stavano portando, se me lo meritavo….ma tutto era come
un sogno, non poteva essere vero, non poteva capitare a me, presto mi
sarei svegliato e sarei andato verso le mie montagne per cavalcare la
verticale verso quelle cime che sembrano bucare il cielo.
Poi sono arrivati i giorni della morfina, paradiso artificiale per
mascherare la lenta distruzione del mio corpo.
La mia mente era sconquassata dallo stesso ricorrente incubo. Ho rivissuto
la mia caduta centinaia di volte, per centinaia di volte ho risentito
le mie ossa spaccarsi, la mia bocca emettere suoni che non possono essere
umani, per centinaia di volte ho pensato alla morte e per centinaia
di volte mi sono chiesto se erano meglio quel letto e quegli aghi o
il buio eterno.
Poi lentamente ho cominciato a capire il prezzo che avevo dovuto pagare
per essere ancora su questa terra, volti anonimi mi ripetevano che era
un miracolo, che dovevo dire grazie, che non dovevo lamentarmi, che
dovevo essere felice.
Ma come si fa ad essere felice in un reparto di terapia intensiva?
Non potevo formulare pensieri, ricordo a malapena chi mi è venuto
a trovare, ed alcuni non li ricordo per niente, la morfina rendeva tutto
così indistinto.
Tutto era sfumato, giorno e notte si sono succeduti quasi senza che
me ne accorgessi, probabilmente la realtà è stata molto
diversa, ma di quei momenti porto con me solo vaghe sensazioni.
Il mondo esterno non esisteva in quei giorni, tutto si svolgeva all’interno
di me, nella mia mente. Quando non avevo incubi, avevo paura, paura
degli aghi, paura che la gente mi vedesse, che vedesse il terrore nei
miei occhi, io che mi ero sempre vantato di essere forte tremavo al
sol pensiero di essere sfiorato. Ma non era terrore per quello che era
successo, era terrore per quello che stava succedendo, l’essere
ridotto in un letto potendo muovere un solo braccio è una realtà
peggiore di qualsiasi incubo.
All’improvviso il ritorno alla realtà.
Devastante, traumatico, cinico, bastardo.
L’effetto cullante della morfina era finito. Mi svegliavo da un
sogno per atterrare in una stanza bianca e asettica, completamente solo,
senza poter leggere o guardare la televisione c’era solo quel
maledetto muro bianco che mi fissava, minuto dopo minuto e quel dannato
orologio che scandiva ogni minuto con un sonoro TAC. Ho odiato il tempo.
Infermieri andavano e venivano, chi per farmi pisciare, chi per farmi
un’iniezione, chi per dispensare qualche parola di conforto e
in tutto questo io, immobile, incazzato, triste.
Alternavo momenti di sonno a momenti di veglia. Non facevano differenza
il giorno e la notte, erano la febbre e i mal di testa a scandire le
mie giornate.
Desideravo con tutto il mio cuore andare via, volevo un’ alternativa,
mi sembrava di impazzire in quel posto. Avevo troppo tempo per pensare,
per riflettere su ciò che sarebbe stato, per guardare il mio
corpo gonfio e pesto. Il terrore di poter perdere la persona che amo
cominciava a farsi vivo, la paura di non tornare mai più come
prima mi divorava dentro.
Per tutto quel tempo mi sono rifiutato di guardarmi in uno specchio,
non ero pronto, sapevo dentro di me che non avrei retto il colpo. Preferivo
ricordare com’ero.
Durante la notte, complice la penombra, proiettavo su quel dannato muro
bianco i miei film mentali, le mie fantasie. Era l’unico modo
per evadere da quella tristissima realtà.
In quel letto, per la prima volta dopo tantissimi anni, ho versato lacrime
amare.
È stata solo una notte ma ne ho approfittato per piangere per
tutte quelle volte in cui non l’avevo fatto mai, ma stranamente
non mi sentii libero, solo immensamente più triste.
Ho pensato molto alla mia vita, gli ultimi cinque anni li ho passati
tra allenamenti, week-end a scalare e week-end a sciare, molto spesso
da solo, felice di esserlo, cercando sempre di spostare un po’
più in la il mio limite fisico e mentale.
Quando ho capito che non ero un talento puro, cristallino, di quelli
che sfondano sulle riviste, che non avrei mai raggiunto chi cercavo
di emulare, ho cercato di interiorizzare la montagna, di renderla uno
stile di vita, e prima che me ne potessi accorgere non ne potevo più
fare a meno. Avevo bisogno della scarica al cervello che precede il
volo, della fatica, dei muscoli distrutti, dei passaggi al limite (MIO),
del dolore ai polpastrelli a fine giornata, dei paesaggi…….
Il rischio mi attirava e mi attira, è vero è il rischio
che corrono migliaia di scalatori, ho percorso vie che avevano fatto
centinaia di persone prima di me, ma in quegli istanti erano le MIE
vie, era una sfida con me stesso, una prova per il mio fisico e la mia
mente, il confronto con gli altri è sempre relativo, in primis
veniva e viene il confronto con me stesso e i miei limiti.
E poi di colpo mi ritrovavo con 15kg in meno in 10 giorni, un colpo
durissimo per uno come me che, stupidamente nel 2007, crede ancora che
un fisico forte sia fondamentale per andare avanti, un coglione che
ha sacrificato ore e ore in un sottotetto appeso a un trave, palestra
e pesi, non per apparire ma per essere, per sentirmi vivo e la cosa
bella è che dentro brucia la voglia di tornare più di
prima.
Mi trasferirono a Lanzo, finalmente me ne andavo da quella maledetta
stanza che avevo imparato ad odiare, per la prima volta ero “felice”.
Presto sarebbe iniziata la fisioterapia, anche se non sapevo per quanto
tempo sarei dovuto ancora stare a letto.
Il primo periodo è stato duro, costretto all’immobilità
passavo le mie giornate leggendo libri e guardando la televisione, nei
primi cercavo risposte, nella seconda semplice svago.
Ho letto moltissimo: Castaneda mi ha aiutato a riflette sulla vita e
la morte, le esperienze di Pritchard e Twight mi hanno consolato, Boll
mi ha fatto pensare a come avrei reagito se anche io avessi perso l’amore………….
Mi mancavano i miei genitori, i miei amici, la mia ragazza.
Mi mancava soprattutto ciò che ero, ma quello probabilmente non
tornerà mai più.
Passavano i giorni e mentre il mio fisico lentamente migliorava il mio
essere piombava in una disperazione catatonica.
Passai dal letto alla sedia a rotelle e mi misero un bel busto per proteggere
le mie quattro vertebre rotte.
Le giornate diventarono una la fotocopia dell’altra: sveglia alle
otto per la colazione, ore nove fisioterapia, ore tredici terapie e
poi ancora fisioterapia, ore sedici addominali e esercizi da solo in
camera, ore diciotto cena e poi bisognava aspettare il sonno, unica
variazione il lunedì e il giovedì: sveglia alle sei e
trenta per il prelievo del sangue.
In quei sessanta giorni tutti uguali, gli amici mi hanno salvato, la
mia ragazza mi ha salvato, i miei genitori mi hanno salvato, la musica
mi ha salvato.
Tutto il giorno con due cuffie nelle orecchie, tutta la mia rabbia fluiva
in Ozzy, Ulver, Skinny Puppy e molti altri, ringrazio il metal.
Gli amici non mi hanno mai abbandonato, tutti i giorni qualcuno si presentava
alla mia porta, anche solo per un sorriso, per una battuta, a volte,
di sfroso, una birra.
La mia ragazza mi ha amato, ed io ho capito quando studiavo quei poeti
che cantavano dell’amore, solo ora ho capito la forza dell’amore.
I miei genitori…….In fondo certe cose solo loro possono
dartele.
Grazie.
Viene da chiedersi se ne sia valsa la pena, se il gioco vale la candela.
Non so rispondere a questa domanda, anche se una piccola parte dentro
di me, nascosta e sola, dice si. Non sarei quello che sono senza quello
che sono stato, ho imparato che è stupido vivere nel rimpianto
di ciò che sarei potuto essere, ma che non sarò mai.
Le notti, a volte, penso, sogno pareti di granito. Ma è un sogno
incoffessabile, perché al momento le mie ali sono rotte e sanguinanti,
perché ciò che ero non mi è mai parso così
lontano.
Non sempre una rinascita è un qualcosa di cui gioire.
Ripartire è dura, qualcosa dentro mi divora lentamente tutti
i giorni, ma la devo affrontare a muso duro.
La fisioterapia, i muscoli deboli e flaccidi, il ricordo……tutto
questo tende a logorare, ma dicono anche che ciò che non uccide
fortifica.
Ora non so se la mia anima ed il mio corpo diventeranno più forti,se
ho effettivamente imparato qualcosa da questa esperienza.
A volte una sorta di nichilismo tende a sopraffarmi, mi ritrovo a pensare
al fatto che forse non c’è un piano per tutti noi, che
è stato solo un semplice, fottuto caso, un capriccio degli eventi.
È molto più facile pensare che dietro vi sia un monito,
un perché ed un per come.
Sta di fatto che in quei momenti si è soli, un enorme vuoto,
incolmabile.
Ora sono fuori, non so cosa mi riserba in futuro, in fondo non mi interessa.
Respiro, guardo il lago, le stelle e la luna.
Non posso dire di essere felice, ma non si sta nemmeno male, in fondo.
Matteo. 25/8/2007 tre mesi dopo.
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